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Etna, no way!

  • Immagine del redattore: Alfonso Calabrese
    Alfonso Calabrese
  • 18 apr
  • Tempo di lettura: 14 min

Aggiornamento: 3 mag

33+50 km; 470+720 md+; traccia1; traccia2; relive1; relive2; podcast; video 1

Quella che raccontiamo oggi è la cronaca di una sfida: quattro valorosi bikers campani contro il vulcano più alto d’Europa. Scopriremo come, nonostante la preparazione meticolosa, le e‑MTB di ultima generazione, le tecnologie digitali e, non ultimi, gli occhi esperti delle guide locali, l’Etna abbia respinto ogni tentativo di conquista, imponendo al team Bike&Ski un’ardua ritirata verso valle. Entriamo dunque nel racconto delle gesta di Roberto l’Ironman, di Francesco l’Atomico, di Raimondo—meglio noto come Peppe dell’Etna—e infine di Alfonso, il Direttore, oggi senza colpa alcuna dei misfatti etnei.


Preparazione

L’avventura si compie a metà aprile 2026, ma la marcia verso il vulcano comincia molti mesi prima, quando ancora l’Etna è solo un nome inciso nei desideri. Già a gennaio Alfonso propone un programma serrato per il nuovo anno: cinque grandi sfide—Campo Imperatore, la Traversata del Partenio, la Spoleto Norcia, le Dolomiti e, infine, la promessa più feroce: la conquista dell’Etna. Si fissa un cronoprogramma e, per sfuggire alle torride temperature siciliane, si decide di affrontare il gigante a inizio primavera. Alfonso contatta un’agenzia specializzata a Catania e ottiene proposte e preventivi. Descritte le caratteristiche dei bikers e le loro capacità in sella, vengono confermate due escursioni: giorno 1, sabato 18 aprile, Giro completo dell’Etna di 8 ore, circa 80 km per 900 metri di dislivello positivo; giorno 2, Etna Cycling to the Top con discesa Gravity di 6 ore, 30 km e 1000 di dislivello positivo. Poiché per la squadra Bike&Ski l’Etna è terra ignota, si decide di affidarsi a una guida locale per entrambe le giornate: una scelta che si rivelerà strategica e che, nel momento del bisogno, salverà almeno in parte l’esperienza etnea.

Come base logistica viene scelto Nicolosi, avamposto alle porte del vulcano, a mezz’ora dal punto di partenza dei due tour: il rifugio Giovanni Sapienza, a 1900 metri sul livello del mare. Alfonso prenota un appartamento, si comprano i voli EasyJet e, già a fine gennaio, la spedizione è tracciata e sigillata: resta solo da presentarsi al cospetto del monte.

Ma nel catanese, quello del 2026 sarà ricordato come un inverno di ferro. L’Etna viene sommerso di neve, e a inizio aprile la montagna non promette tregua. Alfonso contatta l’agenzia e chiede conferma dei tour: parla direttamente con il capo delle guide, titolare dell’agenzia. Il programma del giorno 1 viene confermato; il “Cycling to the Top”, invece, è reso impossibile dall’accumulo lungo il percorso. Il sogno della vetta viene dunque rimandato: annullato e sostituito da un più tranquillo tour dei comuni etnei, con passaggio sulle Gole dell’Alcantara, 40 km e 800 metri di dislivello. Prima ancora di partire, l’Etna comincia a dettare le sue leggi.


Il viaggio

Venerdì, 17 aprile. Il volo Napoli–Catania è alle 20.00. I quattro eroi si radunano a Capodichino nel tardo pomeriggio. Memore dei rischi e degli inciampi dell’ultima spedizione dolomitica, Alfonso impone una disciplina quasi militare: Roberto passerà a casa di Alfonso alle 17, poi da Raimondo alle 17.30, quindi rotta verso il lontano parcheggio di Secondigliano—l’unico con disponibilità a prezzi ragionevoli—per le 18. Raimondo e Roberto accettano senza comprenderne fino in fondo il senso, punzecchiando il Direttore: “ma sei troppo ansioso, rilassati”. L’ansia, stavolta, è ingiustificata: il temuto traffico su Viale Maddalena non c’è, e i quattro arrivano in aeroporto con oltre 90 minuti di anticipo dal decollo.


 

Passati i controlli senza troppe difficoltà, Raimondo contatta una sua amica hostess di terra a Capodichino per un saluto. Ma mentre gli altri si concedono un caffè, lui sta già tessendo la sua trama, come un bardo malizioso in cerca di risate. Alle 19 viene comunicato il gate. Roberto, Francesco e Alfonso si incamminano; Raimondo non è con loro. Lo ritrovano all’ingresso, insieme alla sua amica e a un’altra hostess. Inizia l’imbarco Priority. Dopo il controllo del biglietto, a Francesco viene chiesto di verificare le dimensioni del trolley: il supplemento, dicono, non risulta. Il trolley non entra nella sagoma (quella piccola, per gli zainetti). Anche Alfonso prova a spingerlo senza successo. Le hostess iniziano a indicare il sovrapprezzo: 58€ a tratta a persona. Francesco sbianca; Alfonso, con tono polemico, mostra il biglietto con il supplemento già pagato, ma la signora è intransigente: anche lui è in difetto e deve pagare. Quando il caos sta per diventare tempesta, la seconda hostess sorride: “ma forse siete su scherzi a parte”. E Raimondo esplode in una risata fragorosa. Francesco riprende colore; Alfonso si congratula con il terzetto per l’ottima performance attoriale. Salutate le due hostess, i quattro oltrepassano il gate e finalmente prendono posto sull’aereo.



Atterrati a Catania e ritirata l’auto (Alfonso sarà il driver), decidono di cenare in centro. Raimondo, sedotto dai reels di Instagram, propone il popolarissimo U‑Zeta Bistrot, nella centrale via Etnea. A pochi minuti dalla meta, temendo la trappola della ZTL, Alfonso si ferma e parcheggia nei pressi di piazza Giovanni Falcone. Peccato che il bistrot sia a oltre 900 metri. È Raimondo, ancora una volta, a scagliare improperi sull’ansioso Direttore, reo d’averli costretti a una marcia di 20 minuti lungo una stradina buia, popolata solo da loschi figuri e numerose operatrici di sesso a pagamento.

Ad ogni modo, prima delle 22 sono al bistrot. Qui, sorseggiando un ottimo cocktail Boulevardier, attendono più di un’ora prima di sedersi, nonostante la prenotazione di Raimondo. Da registrare il fastidio piccato di Roberto, che più volte minaccia di andar via, ma poi arriva il tavolo e, avendo già ordinato durante l’attesa, i piatti escono abbastanza presto. I quattro condividono e divorano nell’ordine: chips di panelle, parmigiana croccante, arancine, alici a beccafico, carpaccio di fesa, rigatoni al ragù di coniglio e guancia di maiale, il tutto innaffiato da una bollicina dell’Etna. Dopo crème brûlé, panna cotta e tiramisù, e un amaro siciliano, alzano bandiera bianca. Pagato un conto abbastanza salato, riprendono la lunga via verso l’auto, questa volta scegliendo un percorso più “turistico”, come se la città volesse farsi perdonare le sue prime ombre.



Dopo 20 minuti d’auto, a notte fonda, arrivano a Nicolosi presso Villa Romano, il B&B prenotato da Alfonso. Con una certa fatica decifrano il codice del key locker e, a un quarto all’una, sono finalmente nel loro rifugio. Raimondo dormirà con Francesco; Roberto sceglie un letto singolo nel soggiorno cucina. Ad Alfonso—noto e rumoroso russatore incallito—viene riservata l’ultima stanza, un sottotetto che lo costringe a camminare piegato. La notte cala: all’alba li attende il vulcano.

 

Sabato – l’Etna … mancato

L’appuntamento è alle 08.30 al rifugio Giovanni Sapienza, sul versante Sud. Faticosamente, dopo scarse sei ore di sonno, i quattro si preparano. Alle 8 sono in auto. La temperatura è piacevole, sui 14 gradi; il cielo è azzurro. Ma appena voltano l’angolo, vedono il maestoso Etna completamente innevato. Qualcosa cambia: nelle loro menti, come un vento freddo, si insinuano i primi dubbi. Il gigante bianco li sta già misurando.

Arrivati in perfetto orario al rifugio, incontrano Salvo, la guida, e Mirco, il driver del furgone con le bici. La colazione al rifugio è d’obbligo (non indimenticabile), ma serve a mettere ordine nei pensieri. Poi comincia il briefing tecnico: Salvo, con la calma di chi conosce ogni capriccio del vulcano, spiega ciò che (non) vedranno di lì a poco.



Settate le bici per tutti (solide Cannondale full suspended, motorizzate Bosch CX) e montati ciclocomputer e staffe per l’action-cam di Alfonso, il giro parte con i migliori auspici. Si scende su strada per 500 metri fino all’imbocco della pista forestale, sentiero CAI 701, a tutti nota come Pista Altomontana. A causa di frane più o meno recenti e di nuove colate laviche, la Pista Altomontana non è tutta percorribile e il giro fino a Zafferana Etnea dovrebbe estendersi per circa 60 chilometri. Qui di seguito la traccia ufficiale, destinata però a diventare, di lì a poco, un semplice auspicio: perché sull’Etna è la montagna a riscrivere le mappe.



Prima di immettersi sulla pista, occorre regolare la pressione delle gomme per Francesco, sempre vigile su ogni dettaglio meccanico. Poi Salvo mette tutti in guardia: restare sulla pista e non attraversare le zone verdi, per via dell’astragalo spinoso, pianta traditrice e killer delle ruote.

 


Passato il cancello del sentiero 701 e pedalato per meno di tre minuti, ecco la prima sentenza: una lastra di neve ghiacciata blocca il cammino. Poco male, si scende e bici alla mano, si supera l’ostacolo. Di nuovo in sella, dopo poco ancora giù: un’altra lastra, un altro strappo. Servirà più di un’ora per percorrere i primi quattro chilometri di sentiero, con gli scarponcini da MTB che affondano e le bici da spingere con forza contro l’attrito della neve. L’Etna sembra prendersi gioco di loro.



Lo scenario è superbo: antiche colate laviche come fiumi pietrificati e, sullo sfondo, la parte sommitale innevata, con le quattro bocche attive e i loro pennacchi. Salvo racconta con grande competenza ogni respiro del vulcano—Voragine, Bocca Nuova, Cratere di Sud-Est e Cratere di Nord-Est—e il vulcanesimo etneo, trasformando la fatica in lezione e la lezione in stupore.



Superate le prime difficoltà dovute alla neve, il sentiero entra in un fitto bosco di abeti, pini e betulle bianche, la Gussonea. È una buona notizia: qui la neve dovrebbe scomparire. Invece la situazione peggiora. I venti dell’inverno e l’indebolimento degli arbusti, dovuto a un parassita (la processionaria), hanno abbattuto centinaia di alberi. Il sentiero è spezzato in molti punti: bisogna scendere e sollevare la bici (28 kg, ndr), come se ogni tronco fosse una sbarra posta dal vulcano per provare la loro determinazione.



Nel folto del bosco prendono una deviazione verso valle, imposta da una frana, per poi risalire di quota. Finalmente, dopo più di due ore e mezza—e a soli 12 chilometri dalla partenza—raggiungono la prima tappa: il rifugio Galvarina. Le gambe, e soprattutto le braccia, bruciano; il morale del gruppo comincia a vacillare. Salvo propone di spingersi fino al punto da cui osservare una delle recenti colate laviche, ma il tratto è invaso dalla neve: si torna al rifugio per una sosta, prima di riprendere il 701.



Dopo la sosta al rifugio si riprende il sentiero, nella speranza—più che remota—che la pista sia pulita. Ma dietro la prima curva, come un presagio che si ripete, ricompaiono lunghi tratti innevati. Il gruppo si ferma: è il momento della scelta. L’ultimo ad arrendersi è Roberto, l’Ironman, che instancabile falcia la neve e avanza verso una meta che ormai è chiaro a tutti essere irraggiungibile.

“Roby stop!”, gli gridano gli amici. È il momento di ragionare a mente fredda—detto quanto mai opportuno. Continuare per 40 chilometri in quelle condizioni è impossibile: arriverebbero distrutti, a notte fonda, a Zafferana. Francesco e Raimondo, in silenzio, riprendono fiato. Roberto borbotta: “si poteva continuare”. Alfonso, di solito pieno di piani alternativi, si sente improvvisamente disarmato e cerca con lo sguardo Salvo. È la guida a rompere il silenzio: “Ragazzi… mi sa che la Pista oggi è impraticabile. Dobbiamo tornare indietro, nel bosco, e scendere di quota. Vediamo le condizioni e decidiamo poi il da farsi”. È dura da accettare, ma non ci sono altre vie. Questa volta il vulcano ha vinto: i bikers sono stati respinti.



Mestamente si torna verso il rifugio Galvarina e poi giù nel bosco, attraversando ancora le sacche di neve. Al bivio si prende la direzione sud‑ovest, verso Monte Capre: non sarà la conquista sognata, ma una via di salvezza, e forse di nuove scoperte.

Raggiunta quota 1700, la neve è ormai un ricordo; le interruzioni per gli alberi caduti, no. Si scende zigzagando tra rami e rocce laviche e, quando serve (molto spesso), si mette piede a terra per superare grossi tronchi. Ai piedi del cratere di Monte Capre, Salvo arresta il gruppo e li conduce a piedi sul ciglio. La vegetazione fitta non consente di vederne l’orlo completo: più che un cratere, sembra una piccola depressione—un segno antico, quasi nascosto, come se il vulcano volesse custodire i suoi segreti.



Si torna alle bici e si scende ancora tra i boschi fino ai Monti De Fiore, due coni piroclastici nati da un’eruzione eccentrica sul versante occidentale, tra gennaio e marzo del 1974. Qui la scalata sui crateri rocciosi è d’obbligo: sono troppo giovani per essere ricoperti dalla vegetazione. Peppe dell’Etna—Raimondo—è l’unico che resta a valle a prendere il sole, mentre Ironman Roby con Salvo, poi l’Atomico Francesco e il Direttore Alfonso, salgono sulla bocca del cratere, come su un balcone aperto sulla storia di fuoco della montagna.



Sono trascorse quattro ore e mezza e dalla partenza sono stati percorsi 17,4 km. Il giro è stato stravolto, ma continua a regalare sorprese paesaggistiche—e qualche brivido, con Francesco che quasi precipita scendendo a piedi lungo il cratere. Di nuovo in sella, si prosegue nel fitto della vegetazione. Qui Salvo deve attingere a tutte le sue conoscenze topografiche per non perdere la direzione, in un sottobosco che ha cancellato ogni traccia di sentiero. Prima Francesco, poi Raimondo si attardano, perdendosi tra gli avvallamenti. Tra le grida di Raimondo “Alfoooo dove… bip… state?” e un filo di segnale GSM, il gruppo si ricompatta e raggiunge il sentiero forestale in direzione del rifugio Case Zampini. Al rifugio sono al chilometro 22 dalla partenza, trascorse cinque ore.



Il peggio (o il meglio, secondo i punti di vista) è passato. Dopo una breve sosta, e bevute le ultime gocce d’acqua delle borracce (sull’Etna zero fontanelle con acqua potabile, ndr), si prosegue lungo ampi e divertenti sentieri in discesa verso Piano de Grilli. Il gruppo attraversa una lussureggiante spianata di lava colorata di giallo, il Piano delle Ginestre, e poi il sentiero lungo la Colata Dragofora: un corridoio di pietra e vento dove la montagna, finalmente, concede velocità.



Al chilometro 33,8 dal rifugio Sapienza—dopo 5 ore e cinquanta minuti, 470 metri di dislivello positivo e 1480 metri di dislivello negativo—il gruppo raggiunge Bronte, nuovo traguardo fissato da Salvo.



In attesa di Mirco e del suo furgone, che li riporterà al rifugio Giovanni Sapienza, Alfonso, Francesco, Roberto e Raimondo affondano i denti in arancine succulente e in generosi piatti di dolci e gelati, tutto rigorosamente al pistacchio autoctono. Il pistacchio di Bronte, per l’appunto.



Prima che gli eroi del team Bike&Ski svaligino tutte le vetrine della Caffetteria Luca, ecco che arriva Mirco. Il tempo di caricare le bici sul rimorchio e si riparte verso il versante Sud.


Il bilancio della giornata è dolceamaro. Il giro, alla fine, è stato interessante: panorami stupendi e scorci unici al mondo, con l’eccellente e sapiente compagnia di Salvo. Ma anche poco pedalato e lontano dalle aspettative del team. Ma sull’Etna, persino la sconfitta ha una bellezza ruvida: e la gloria, oggi, sta nell’aver saputo ascoltare la montagna ed adeguarsi al suo volere.

 

La serata di sabato

Oggi 18 aprile c’è Napoli–Lazio alle 18. Sono quasi le cinque e il gruppo è ancora nel furgone, in viaggio tra Bronte e il rifugio Sapienza (51 km), con in mezzo l’abitato di Nicolosi. Per ottimizzare i tempi del set-up igienico‑sanitario—e con un solo bagno a disposizione—si decide di accompagnare a casa Raimondo e Francesco, mentre Alfonso e Roberto continuano su verso il rifugio a riprendere l’auto.

Questo stratagemma, unito all’individuazione di un locale con servizio Sky, consente al team di sorseggiare uno spritz e assistere a una terribile prestazione degli azzurri, che usciranno dal Maradona con le ossa rotte e due goal al passivo.

Usciti dal locale, si passeggia per Nicolosi, la “Porta dell’Etna”, comune di circa 7.700 abitanti. Dopo le fatiche del giorno serve fare il pieno di energie: il gruppo sceglie un ristorante tipico della zona, Pudamuri, dove ritemprare le stanche membra. Ed forse un presagio per il futuro che accanto al ristorante li accolga l’insegna di una simpatica residenza per anziani.



Il menu è di buon livello, ma non il top. Tre antipasti—patate al forno con stracciatella, pomodoro confit e speck; alette di pollo home made; un fritto misto—e un primo con tagliolini al pesto di pistacchio, che Alfonso definirà troppo “compatto” e che gli presenterà il conto, a modo suo, per tutta la notte.

La cena scorre veloce, tra il rivivere le gesta della giornata e il ragionare su cosa sia andato storto. Per un giro con guida ci si aspettava una preparazione più attenta e un’adeguata ricognizione: l’Etna non perdona l’improvvisazione. Ora però la speranza è tutta nel giro di domani. Alle 21.30, dopo un paio di solleciti al disponibilissimo Salvo, si palesa via wapp la nuova guida: fornisce orari e indirizzo del punto di ritrovo. Il destino si rimette in moto.

 

Domenica, cicloturismo tra i borghi etnei

Dopo una notte complicata—soprattutto per Alfonso, alle prese con una cattiva digestione—alle 9.15 il team Bike&Ski è a Giardini Naxos, al punto indicato da Flavio, la guida di oggi. Nel programma odierno c’è un punto interrogativo logistico: a Nicolosi non hanno concesso il late check-out, e quindi non sarà possibile utilizzare l’appartamento per una doccia di fine giro prima di recarsi in aeroporto.

Alfonso propone di trovare un ristorante in uno dei lidi: con il servizio spiaggia, dovrebbero poter offrire assistenza e un luogo dove cambiarsi e rifrescarsi. Ma alle 9.15 è ancora tutto da definire e sembra che i lidi non abbiano ancora riaperto per la lunga stagione estiva. Raimondo, come al solito, borbotta simpaticamente per il dettaglio organizzativo, a suo dire lacunoso e imperdonabile. Roberto non vede l’ora di partire alla scoperta di nuovi luoghi, e Francesco è rapito dalle bici: 4 fiammanti gravel in carbonio, marchio Specialized e motorizzate Bosch.

Dopo un veloce training sull’utilizzo dell’assistenza e, soprattutto, di freni e cambio (BDC e MTB differiscono molto nei comandi), si parte verso le pendici del versante Nord‑Est del vulcano. Il giro sarà per l’80% su strada, attraversando i comuni di Calatabiano, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Francavilla di Sicilia e le Gole dell’Alcantara.



Con una temperatura quasi estiva, il gruppo si ferma alla prima tappa, nella chiesa di S. Giorgio di Calatabiano, visitata velocemente. Flavio racconta che Calatabiano proviene dall’arabo e vuol dire letteralmente “il Castello di Biano”. Si prosegue poi lungo una dura salita fino alle porte di Piedimonte Etneo e alle sue colonne in basalto: pietra nera come memoria del vulcano.




Sempre a buon ritmo si raggiunge Linguaglossa, dove il team si ferma per un ristoro al chilometro 13 dalla partenza e 530 metri di dislivello positivo. La location scelta da Flavio è il Nica Nuci: qui i nostri bikers fanno incetta di cannoli e succo d’arancia, rifornimento di calorie prima della prossima tratta.



Riprese le bici, si pedala verso una delle chicche del giro di oggi: la Strada Costa, via ciclopedonale tra Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ricavata lungo i vecchi binari della FCE (Ferrovia Circum Etnea).

Il percorso è suggestivo e attraversa lunghi tunnel. Nei tratti più estesi, il buio pesto obbliga tutti a scendere e proseguire a piedi, illuminando il cammino con le torce dei cellulari, come esploratori in una galleria fuori dal tempo. La parte finale di uno dei tunnel è totalmente allagata e nessuno riesce a evitare un pediluvio fangoso, per nulla piacevole. Alfonso è l’unico che sembra salvarsi… ma mette il piede in fallo proprio a pochi centimetri dall’uscita, e anche lui viene “benedetto”.



Si prosegue e, dopo duecento metri, è proprio Alfonso ad accorgersi di aver smarrito gli occhiali da sole. “Ragazzi, torno indietro nel tunnel allagato”. La speranza è che siano caduti proprio alla fine del passaggio. Ed è così: ritrovati i preziosi occhiali a mascherina in technicolor, il gruppo riprende la rotta in direzione di Castiglione di Sicilia.



Nella curva panoramica, dopo le immancabili foto, si registra l’unica caduta della due giorni etnea. L’evento è tragicomico: Raimondo, da fermo, perde l’equilibrio e cade rovinosamente sul gomito sinistro. Memori del brutto incidente occorso anni fa al gomito destro, si teme il peggio. Poi Peppe di Linguaglossa si rialza: dolorante, ma in piedi, e di nuovo in sella. Anche questo, in fondo, è un piccolo atto di eroismo. Raggiunta la sommità di Castiglione di Sicilia, si discende nuovamente in direzione di Francavilla di Sicilia.



A Francavilla viene intercettato in un paio di punti il fiume Alcantara e le sue celebri gole: imponenti formazioni di basalto colonnare, create circa 8.000 anni fa dal rapido raffreddamento di colate laviche a contatto con le acque fredde del fiume.



Il colore argilla dell’acqua, dovuto alle piogge dei giorni scorsi, toglie un filo di magia al contesto naturalistico, che rimane comunque suggestivo. Superato l’ultimo ponte, le bici vengono lanciate al massimo in direzione di Calatabiano e quindi Giardini Naxos, come se la pianura volesse premiare la fatica accumulata in salita.


Dopo 50 km (di cui i primi 3 non tracciati), con 720 metri di dislivello positivo, il giro termina alle 14:35. Salutato e ringraziato Flavio per il fiume di informazioni e il valido supporto, saltiamo in auto per risolvere l’enigma logistico: doccia, cambio e pranzo, sono le tre priorità immediate. Il “dove” è la loro nuova sfida.


Il rientro

“Ragazzi, datemi una destinazione chiara!!!”. Il povero Alfonso è alla guida, con Roberto che indica la destra, Raimondo la sinistra e Francesco che sentenzia: “stai a sentire a me, vai diritto”. Faticosamente si dirigono verso il mare. Raimondo urla: “Fermati. Ora scendo e vedo se in questo hotel ci danno una stanza uso diurno”. Dopo svariati minuti, esce dall’Hotel Villa Nefele sorridente: “Ragazzi, tutt’apposto. Ho contrattato. Ci danno una stanza per un’ora a 40 euro”. Lasciata la macchina nel primo buco, i quattro si precipitano su per doccia e cambio d’abito.

In meno di un’ora sono in reception. Tutti meno Francesco, che si attarda in camera a sistemare i suoi capelli d’argento. “Ragazzi è l’ora del prossimo scherzo”. Il sempre sul pezzo Peppe di Giardini Naxos chiede ai ragazzi delle reception di fermare Francesco e chiedergli un’integrazione economica. Francesco però questa volta non ci casca e supera in scioltezza il tranello di Raimondo. Alle quattro in punto sono già seduti al vicino ristorante Don Ciccio. Ottimo pranzo con vista sul mare e Taormina sullo sfondo. Li attende ora un breve viaggio verso Catania e poi all’aeroporto per il volo per Napoli.

 


È il momento dei bilanci. Alla fine, nonostante tutte le difficoltà, il team è soddisfatto di questa intensa due giorni di sport e cicloturismo. In poche ore sono passati da metri di neve alla spiaggia e al mare quasi estivo, tra aride distese di lava e intricati boschi, fino a suggestivi borghi siciliani. Come da tradizione Bike&Ski, tutto è filato liscio—in un mare di divertenti disavventure. E se l’Etna non si è lasciato conquistare, ha comunque concesso ciò che concede ai coraggiosi: una storia degna d’essere raccontata.


Grazie per l’attenzione, e al prossimo racconto del fantastico team Bike&Ski: nuove strade, nuove salite, e nuovi giganti da sfidare.

 



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